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Nell’estate del 2016 il mio racconto Le piantagioni venne pubblicato sul numero 78 della rivista Robot. Per la prima volta qualcosa di mio faceva la propria comparsa su una pubblicazione. Un momento che ricordo bene, perché nella mia testa accadde esattamente questo:
Uno scrittore non dimentica mai la prima volta che accetta qualche moneta o un elogio in cambio di una storia. Non dimentica mai la prima volta che avverte nel sangue il dolce veleno della vanità e crede che, se riuscirà a nascondere a tutti la sua mancanza di talento, il sogno della letteratura potrà dargli un tetto sulla testa, un piatto caldo alla fine della giornata e soprattutto quanto più desidera: il suo nome stampato su un miserabile pezzo di carta che vivrà sicuramente più a lungo di lui. Uno scrittore è condannato a ricordare quell’istante, perché a quel punto è già perduto e la sua anima ha ormai un prezzo. (Carlos Ruiz Zafón, incipit de Il gioco dell’angelo)
Quando ho realizzato che si stava avvicinando un anniversario tondo, ho deciso che avrei scritto qualcosa in merito. All’inizio non era mia intenzione fare un bilancio di questi dieci anni, ma alla fine è venuto fuori qualcosa che ci si avvicina molto. Ho scritto e riscritto diverse volte questo numero della newsletter, indeciso sulla direzione da prendere, e questo la dice lunga sulla confusione che c’è nella mia testa sul tema della scrittura.
Non so se quello che segue potrà interessare i lettori abituali e chi mi ha conosciuto proprio attraverso i miei scritti, o se magari intercetterò qualcuno nella mia stessa situazione che ci si rivedrà. Di sicuro non volevo che questa ricorrenza passasse sotto silenzio.
Partiamo dai numeri: in dieci anni ho pubblicato otto racconti e un romanzo. Meno di uno all’anno, in media; e oltretutto la distribuzione di queste opere è oltremodo disomogenea, visto che il romanzo e cinque racconti sono stati pubblicati tra il 2020 e il 2022.
Come bilancio fa un po’ sorridere, ma posso spiegare. Tanto per cominciare, scrivere non è il mio lavoro: lo definirei più che altro un hobby che ogni tanto mi dà qualche soddisfazione (e molto raramente qualche piccola entrata economica)1. Si tratta di un’attività che porto avanti nel tempo libero, generalmente la sera, con le ultime forze fisiche e mentali della giornata. Di contro, non ho mai avuto scadenze impellenti, contratti da rispettare, progetti editoriali a medio-lungo raggio. Mi metto al computer e scrivo, e a volte va bene e butto giù cinquecento o mille parole, altre mi fermo a un centinaio scarso.
In secondo luogo, sono lento a scrivere. Forse è un corollario del punto precedente, nel senso che se avessi scadenze e un editore col fiato sul collo è probabile che mi darei una mossa. Ma in generale tendo a scrivere con calma, per giunta senza una scaletta definita (cosa che mi rallenta non poco).
La finisco qui con le giustificazioni, tranquilli. E non starò a farvi la cronistoria delle mie pubblicazioni: chi è interessato, sul mio sito ufficiale può trovare tutte le informazioni del caso. Preferisco invece riflettere su ciò che ho imparato in questi dieci anni in cui, seppur in punta di piedi, mi sono affacciato nel mondo editoriale italiano.
Quando il mio racconto venne pubblicato su Robot, non sapevo niente di editoria. Semmai potevo avere una conoscenza (superficiale) del mercato, che mi ero formato in anni di frequentazioni di librerie, ma il funzionamento dell’industria che c’è dietro mi era del tutto oscuro.
In un decennio qualcosa l’ho imparata, e queste sono le principali lezioni che mi sono portato a casa:
- L’editoria è una giungla. Si potrebbe obiettare: ma quale settore industriale non lo è, una volta che ci sei dentro? Io però ho l’impressione che il mondo editoriale sia particolarmente complesso da navigare, soprattutto per chi è alle prime armi. La filiera produttiva, quella della distribuzione, i tempi biblici, i rendiconti che non tornano, i contratti incomprensibili, gli editor, gli agenti: un muro di nozioni che può intimidire, e che troppo spesso viene sottovalutato o dato per scontato dagli esordienti (e ignorato del tutto dal pubblico di lettori). Nel corso degli anni ho imparato molto, un po’ standoci dentro, un po’ attingendo agli addetti ai lavori che fanno una pregevole opera di divulgazione2. Forse è proprio questa la differenza più grande tra l’autore che ero dieci anni fa e l’autore che sono oggi: la consapevolezza di cos’è il mondo editoriale, con le sue luci e le sue ombre.
- I racconti servono, soprattutto all’inizio. Quando cominciai a scrivere, negli anni dell’adolescenza, partii subito in quarta con il romanzo. Non leggevo racconti (un vizio che mi è rimasto), quindi non pensai neanche per un secondo di scriverne uno. Il mio percorso successivo parla chiaro: il racconto è il miglior amico dello scrittore esordiente, perché può aprire le porte di concorsi e riviste, aiutando a costruire un piccolo portfolio di opere pubblicate. Inoltre – sarà banale ma è una grande verità – ci vuole meno tempo per scrivere un racconto rispetto a un romanzo. Attenzione, questo non vuol dire che sia facile: per me scrivere un racconto è un’impresa, specialmente quando il limite di caratteri è stringente. Per questo nutro una grande ammirazione per chi ne scrive di bellissimi.
- I concorsi sono importanti. Nonostante il pregiudizio molto italiano che evoca il termine “concorso”, per me partecipare a premi letterari è stato fondamentale. E questo in due diversi momenti: dapprima per emergere e ottenere le prime pubblicazioni; e poi, dopo la pubblicazione del mio romanzo d’esordio, per far circolare il volume e ottenere qualche riconoscimento (nonché delle gratifiche economiche extra). Ovvio, non tutti i concorsi sono uguali: un Premio Urania bandito da Mondadori ha un prestigio diverso dal Premio Pizza e Fichi di Roccacannuccia. L’abbondanza può disorientare, ma sta al singolo autore districarsi nell’offerta, per capire su quali puntare.
- I contatti aiutano. Dopo un paio di pubblicazioni, mi è capitato di venire contattato per essere inviato a partecipare ad antologie di racconti: qualcuno aveva apprezzato i miei racconti e me ne commissionava altri. Non ho frequentato molto l’ambiente, a dire il vero, ma il fatto che mi siano capitate lo stesso queste possibilità testimonia il potere di un buon network.
- L’autore deve sbattersi in prima persona. Il suo lavoro non si esaurisce con la scrittura dell’opera, ma investe anche la fase di promozione. Vuoi fare una presentazione? Organizzatela. Vuoi che il tuo romanzo partecipi a un concorso? Iscriviti. Vuoi uscire sulla stampa? Pagati un ufficio di pubbliche relazioni. Per quanto esistano delle eccezioni, questa dinamica è comune a tutti i livelli, dall’autopubblicazione alla grande casa editrice. Un bagno di realtà che investe tutti gli esordienti, prima o poi.
- La presenza social è necessaria. Un corollario del punto precedente. Forse, tra tutte le lezioni che ho imparato, quella verso cui sono più insofferente. Viviamo in una società ultra-performativa, e questo lo abbiamo capito; ma a volte vorrei solo scendere. La newsletter è la mia risposta a tutto questo.
- Bisogna essere costanti. Purtroppo, aggiungo. Mi viene in mente un amico scrittore che una volta mi disse che doveva pubblicare qualcosa, perché era già un anno che non usciva niente di suo. Il mercato è saturo, tutti scrivono, pochi leggono, e ci vuole poco a scivolare nel dimenticatoio. Io stesso non pubblico niente dal 2024, e sono consapevole che tornare in sella sarà piuttosto complicato.
Paradossalmente, sento di aver imparato molto meno sulla scrittura in sé. Non ho mai seguito corsi, fedele all’idea che la scrittura si possa imparare ma non insegnare; e non ho mai affrontato una vera sessione di editing con un professionista (nel caso del mio romanzo d’esordio non vi partecipai in prima persona). Questo non vuol dire che penso di essere arrivato, ma che sono ancora in attesa di fare un salto ulteriore.
In questi dieci anni, comunque, ho scritto tanto – anche se la maggior parte delle parole che ho buttato giù non sono state pubblicate. Ho imparato soprattutto tre cose:
- Devo tagliare di più. Una famosa massima di Stephen King recita che la seconda stesura è uguale alla prima meno il 10%. Ma magari. Nel mio caso, tendo a esagerare con la prima bozza, quindi la percentuale di parole da eliminare sale. Ultimamente sento di essere migliorato, comunque3.
- Un software di scrittura può aiutare. Io da qualche anno uso Bibisco e mi ci trovo piuttosto bene, ma ne esistono diversi. Ho notato che usare un software dedicato aiuta la mia concentrazione, oltre a darmi degli strumenti aggiuntivi molto utili (fondamentale, almeno per me, l’obiettivo di parole giornaliero).
- A volte allontanarsi dalla scrittura fa bene. L’ispirazione non esiste, ok, e i romanzi li finiscono quelli che ogni giorno si mettono seduti e scrivono qualcosa – fossero anche poche righe. Però è anche vero che, se in un periodo manca la voglia, è meglio staccare e lasciar perdere la scrittura. Nel mio caso, i più grandi blocchi li ho superati dopo una camminata in cui ho lasciato la testa a briglia sciolta.
Che dire, insomma, alla fine di questo TED Talk dei poveri? Negli ultimi dieci anni ho esordito con un racconto, poi ne ho piazzati altri, poi ho persino pubblicato un romanzo che avevo nel cassetto (tutta la storia qui), mentre nel frattempo scoprivo le logiche dell’editoria e imparavo le spietate regole del gioco. Sembrerebbe un bilancio non molto positivo, a conti fatti, e probabilmente è così. Ma allora perché continuo a scrivere? A cosa serve l’immane quantità di tempo che continuo a sottrarre alla famiglia, al riposo e al tempo libero?
Sono domande che mi pongo spesso, e cui credo di saper dare una risposta. Banalmente, continuo a scrivere perché mi piace farlo. Mi piace incappare in una storia, svilupparne la narrativa, fare le ricerche preliminari, vedere come prende forma un po’ alla volta. Mi piace l’idea che quello che scrivo possa intrattenere qualcuno – per me il primo obiettivo di qualsiasi forma di narrativa – e poi magari anche emozionare e insegnare qualcosa. Mi piace anche l’idea di produrre un oggetto – il libro – che in un contesto in cui si legge sempre meno è fieramente controcorrente.
C’è un aneddoto che più di tutti racchiude quello che è il senso della scrittura secondo me. Qualche anno fa il mio romanzo venne assegnato come lettura in una classe di una scuola superiore. Il docente mi fece sapere che il libro era stato letto e apprezzato anche da studenti non avvezzi alla lettura. Uno di questi, in particolare, gli aveva chiesto: “Professore, me ne consiglia un altro?”. Ecco, questo è il motivo per cui continuo a scrivere.
La scrittura è ed è sempre stata un hobby, e rispetto al passato tendo a fare meno sogni di gloria, rassegnandomi un po’ alla volta all’idea che potrebbe esserlo per sempre. Eppure, nonostante gli ostacoli e le frustrazioni, non ho mai avuto tanta voglia di scrivere come in questo momento. Lo stesso vale per i progetti futuri: ho un romanzo in scrittura da quattro anni (a proposito di tempi lunghi) e vorrei usarlo per ottenere la rappresentanza di un agente; non nascondo che mi piacerebbe puntare a una grande casa editrice; e ultimamente mi è anche tornato in mente un antico schiribizzo, che chissà non si concretizzi, prima o poi.
Come tutto questo si tenga insieme io non lo so. Magari risentiamoci tra dieci anni, così ve lo racconto.
- Eppure, dopo la pubblicazione del mio romanzo d’esordio, ho incontrato diverse persone genuinamente convinte che io campassi con l’attività da scrittore. Ci sarebbe molto da dire sull’impossibilità di mantenersi con la sola scrittura, ma non è questa la sede e di certo non sono io la persona più indicata per farlo. ↩︎
- Voglio citare in particolare Chiara Beretta Mazzotta, molto attiva su Instagram e da qualche mese arrivata anche su Substack. ↩︎
- Disse quello che ha dovuto dividere il suo nuovo romanzo in due romanzi. ↩︎
