Non sono più fan di Star Wars

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C’è un aneddoto che più di ogni altro la dice lunga su quanto, a un certo punto della mia vita, fossi fan di Star Wars.

Nel settembre del 2008 guidai in totale per oltre settanta chilometri per raggiungere un cinema di Latina, l’unico della mia zona che proiettava Star Wars: The Clone Wars. Eravamo io, mio fratello e un tipo che avevo conosciuto qualche mese prima, tutti impallinati con la saga creata da George Lucas. Alla cassa i gestori del cinema provarono in ogni modo a dirottarci verso un altro film, e quando entrammo in sala capimmo perché: eravamo gli unici spettatori.

The Clone Wars detiene diversi primati. È stato il primo film della saga, tra quelli distribuiti al cinema, a uscire dai confini della serie principale; è stato il primo lungometraggio di Star Wars interamente d’animazione; e il primo la cui colonna sonora non è stata firmata da John Williams. È anche la prima opera science fantasy1 in cui uno dei personaggi principali è soprannominato puzzolo. Sì, puzzolo.

Il film venne distrutto dalla critica, incassò poco nel mondo e quasi niente in Italia. Era stato prodotto come pilota per una serie animata che avrebbe esordito di lì a poco su Cartoon Network, e che poi sarebbe andata avanti per sette stagioni ottenendo uno straordinario successo di pubblico2. Inutile dire che – a torto o ragione – ignorai la serie. Fu il primo momento in cui avvertii uno scollamento tra me e il franchise – o una perturbazione nella Forza, se preferite.

Star Wars: The Clone Wars
A molti lo stile grafico del film (e della serie) piacque. Io non sono tra questi.

Solo oggi mi rendo conto che quello scollamento, negli anni, è diventato per me una voragine che ha inghiottito tutto l’universo di Star Wars. Ma se la prima crepa era stata aperta da un titolo indifendibile, a farmi raggiungere questa consapevolezza ci ha pensato uno dei prodotti più apprezzati degli ultimi anni: The Mandalorian, che ho recuperato nella sua interezza qualche settimana fa.

Le origini del mito

Ho ragione di credere che il mio percorso da fan di Star Wars sia comune a quello di molti altri millennial, almeno negli esordi.

Da bambino ho visto la trilogia originale tra tv3 e VHS dell’edizione speciale, quella del 1997. Ma l’evento spartiacque si verificò un pomeriggio del settembre 1999, quando mi portarono a vedere La minaccia fantasma: fu il primo film non d’animazione che vidi in sala, e cambiò il mio modo di intendere il cinema come solo a un bambino di dieci anni poteva accadere. È il motivo per cui ho sempre difeso Episodio I, pur riconoscendone i difetti.

Una cosa mi fu chiara da subito: Star Wars non viveva solo di eventi cinematografici. Che ci fosse dell’altro lo avevo intuito su una rivista ancora prima di andare al cinema4, e ne ebbi la conferma quando il mio amico Matteo mi mostrò un libro che dissezionava in lungo e in largo il franchise: fu in quell’occasione che appresi che esistevano romanzi, fumetti e videogiochi di Star Wars, e che molti di essi raccontavano storie che con i film avevano poco a che fare.

Così nei primi anni 2000, che coincisero con la mia adolescenza, mi abbeverai tanto alla trilogia prequel quanto ad altre fonti, compresa un’enciclopedia a puntate apparsa in edicola5. Il cosiddetto Universo Espanso – l’insieme delle opere collaterali di Star Warslo esplorai soprattutto attraverso i videogiochi: titoli di qualità altalenante che però avevano il merito di trascinarmi dentro il mondo che portavano in scena6. Furono quei prodotti a cementare le mie fondamenta da fan, almeno quanto i film.

Star Wars: Knights of the Old Republic
Knights of the Old Republic era ambientato addirittura 4000 anni prima dei film, e all’epoca fu il massimo che potevo chiedere a un’opera derivata da Star Wars.

Poi l’adolescenza finì. Smisi di giocare ai videogiochi – a tutti, non solo a quelli di Star Wars. E The Clone Wars fu la pietra tombale sulla mia esperienza starwarsiana al cinema: dopotutto, l’esalogia era finita, e non c’erano altri film all’orizzonte. O no?

Star Wars fatigue

Quando nel 2012 venne annunciato che Disney aveva acquisito la LucasFilm, io fui tra quelli che si mostrarono entusiasti all’idea. Certo, di colpo l’intero Universo Espanso a me tanto caro era stato cancellato per dare carta bianca ai creativi, ma in cambio avrei avuto nuovi film della saga principale e spin-off che avrebbero allargato la sua mitologia. Cosa poteva mai andare storto?

Ci sono due articoli su un vecchio blog che testimoniano bene come si sia evoluto il mio rapporto con Star Wars nell’era Disney. Il primo è del dicembre 2014 e si intitola It’s (not) a trap! Riflessioni a freddo sul teaser di Episodio VII: un pezzo quasi fastidioso per come trasuda ottimismo da ogni frase. Il secondo è del dicembre 2019, è uno dei miei scritti di cui vado più fiero e ha un titolo che dice tutto: Il peggiore Star Wars di sempre.

Nei cinque anni intercorsi tra i due articoli avevo visto in sala un film di Star Wars all’anno: i tre della trilogia sequel – uno peggiore dell’altro – e due ottimi spin-off7. Era troppo, anche per un fan come me. Durante l’adolescenza dovevo aspettare tre anni tra un film e l’altro: e, per quanto riempissi quel lasso di tempo con le opere derivate, era proprio l’attesa a rendere magico l’appuntamento al cinema.

Ma le cose, nel frattempo, erano cambiate. La Disney, una volta per tutte, aveva portato Star Wars fuori dalle cerchie nerd che l’avevano fatto proprio da sempre, per consegnarlo alle masse e a nuove frange di pubblico8. Elevare la saga al rango di icona pop era l’unico modo per rientrare dall’oneroso investimento per accaparrarsene i diritti, in una parabola non dissimile da quanto stava accadendo negli stessi anni ai prodotti Marvel. La commercializzazione del brand – nata col primo film e in atto da sempre9 – aveva raggiunto livelli inauditi: Star Wars era entrato nei parchi a tema, era finito sulle t-shirt delle catene di fast fashion, dentro gli ovetti Kinder e negli Happy Meal, e i suoi gadget venivano fuori dalle fottute pareti. Soprattutto, chiunque parlava della saga: a volte con un’approssimazione che infastidiva il mio cuore di vecchio fan cresciuto (anche) con le storie dell’Universo Espanso. In quello che ai miei occhi oggi appare come uno straordinario contrappasso, Star Wars – che ha contribuito a creare il cinema commerciale moderno nonché il concetto stesso di merchandise cinematografico – si era venduto.

Poi è arrivato lo streaming e la saga è migrata su un terreno a me quasi sconosciuto: quello delle serie tv. Star Wars è diventato uno dei pilastri su cui si regge Disney+, che come tutte le piattaforme è affamata di nuovi contenuti da mandare in onda. Dal 2019 a oggi abbiamo avuto sette serie live action di Star Wars – alcune composte da più stagioni – cui si aggiunge un numero indefinito di prodotti d’animazione10. Io non ne ho vista nemmeno una, ed è stato qui che la distanza tra me e il franchise è aumentata: da un lato per la mia ormai storica ritrosia nei confronti delle opere seriali; dall’altro perché, semplicemente, ero saturo.

Alcuni progetti legati a Star Wars annunciati nel 2020. Diversi di essi (per fortuna?) non hanno mai visto la luce.

Nel 2012 io volevo solo qualche altro film, per vivere ancora un po’ la saga che più di ogni altra opera aveva segnato la mia infanzia e la mia adolescenza. Quello che avevo avuto, invece, era stata una overdose di Star Wars – e poco importava che le serie non le avessi viste, perché la loro stessa esistenza era parte del problema. C’erano così tanti prodotti canonici, ormai, che non riuscivo più a stare dietro al franchise.

Solo una bella serie

Qualche settimana fa, dopo aver terminato la prima stesura del mio nuovo romanzo, mi sono trovato con parecchio tempo libero serale. Volevo staccare un po’ dal libro prima di cominciare la revisione, e mi ero concesso un mese abbondante di pausa: era un momento quasi irripetibile per capire se qualcosa tra me e Star Wars poteva ancora funzionare.

E così mi sono messo a vedere The Mandalorian. Innanzitutto perché è stata la prima serie in ordine di uscita11, poi perché è tuttora una di quelle col più alto indice di gradimento da parte di critica e pubblico. E c’era anche un altro motivo: questo mese uscirà al cinema The Mandalorian & Grogu (titolo terribile, ma vabbè), film che proseguirà le vicende della serie. E io, dal 1999 in poi, non ho mai perso un film della saga in sala.

The Mandalorian è una bella serie, al netto dei fisiologici alti e bassi che possono capitare nel corso di tre stagioni12. Ha un ritmo serratissimo e i suoi ventiquattro episodi sono scivolati via uno dopo l’altro. C’è più azione di quanta me ne aspettassi, con una certa ossessione per i combattimenti con avversari fuori scala. I valori produttivi sono altissimi e ben esibiti, e sono andati in crescendo dopo una prima stagione un po’ zoppicante. La struttura quasi antologica non mi è andata molto a genio, ma questo è un gusto personale; e avrei preferito un maggior approfondimento sugli aspetti politici (“Questa non è più una ribellione”, afferma qualcuno nella terza stagione, alludendo alla burocrazia strisciante della Nuova Repubblica). Molti personaggi sono azzeccati (su tutti l’Armaiola, il Greef Karga di Carl Weathers e l’ugnaught Kuiil), mentre alcuni sanno di già visto (i gerarchi imperiali, il pirata che ricorda il Davy Jones di Pirati dei Caraibi, o il droide assassino che riecheggia robot simili). In generale, comunque, dopo la prima stagione la serie migliora grazie a ciò che ha seminato, e si fa guardare molto volentieri.

Watch The Mandalorian | Full Episodes | Disney+
Letteralmente The Mandalorian e Grogu

Qual è il problema, allora? È che The Mandalorian è solo una bella serie, niente di più. Mi ha divertito, certo, ma non emozionato. Ci sono stati momenti che mi hanno lasciato a bocca aperta, ma almeno altrettanti – se non di più – che mi hanno fatto alzare gli occhi al cielo.

Di esche la serie me ne ha lanciate parecchie, ma ce n’è una che surclassa tutte le altre: The Mandalorian è piena zeppa di riferimenti alla trilogia prequel. Devo ammettere che lì per lì sono rimasto piacevolmente sorpreso: rivedere dopo tanti anni un Naboo Starfighter, i droidi da battaglia e i panorami di Coruscant – o sentire citare l’Ordine 66 e la Boonta Eva Classic – mi ha fatto sentire a casa. Poi, però, non ho potuto fare a meno di chiedermi il perché di questa plateale riabilitazione, visto che per anni i prequel sono stati osteggiati dalla parte più rumorosa del fandom.

La risposta che mi sono dato è che i millennial – la generazione cresciuta con i prequel, che gli episodi dall’I al III non li ha mai rinnegati – hanno raggiunto età (e potere d’acquisto) per poter essere il target di un’operazione nostalgia. Nel momento stesso in cui l’ho realizzato, ho visto quei riferimenti per quello che erano: ingranaggi di una macchina più grande, finalizzata a tenermi ancorato al franchise. Puro fan service, insomma: ma se un tempo citazioni e camei mi avrebbero mandato in brodo di giuggiole, oggi sono così disincantato che questa nostalgia in formato industriale mi suscita solo una profonda irritazione.

Tutto ciò alimenta un difetto che era già emerso tragicamente con gli episodi VIIIX, e cioè l’ormai cronica mancanza di coraggio creativo che affligge la saga. The Mandalorian qualche rischio se lo prende, con le sue atmosfere sporche e un protagonista che cammina sul filo dell’ambiguità; ma allo stesso tempo deve chiamare in soccorso luoghi e personaggi ben noti al pubblico. Perché tirare fuori Boba Fett dallo stomaco del sarlacc? Perché far tornare in scena Luke e Ahsoka? Soprattutto – e questa è la cosa che mi infastidisce più di ogni altra – perché in questa galassia così sconfinata si finisce sempre e solo su Tatooine?

Se penso all’intero franchise, oggi, ho la sensazione che Star Wars sia stretto in una morsa: come se i suoi prodotti fossero compressi in una linea temporale limitata agli anni dell’Impero e dintorni, con gli stessi personaggi che si rincorrono senza sosta, e le stesse storie che si intrecciano all’infinito. Eppure l’universo avrebbe le potenzialità per essere esplorato in ogni direzione, diventando così un contenitore di storie originali – magari anche con impostazioni autoriali diverse. E, sebbene qualche tentativo in tal senso si sia visto (penso ad Andor – l’opera che più di tutte, a questo punto, voglio recuperare – o a Skeleton Crew), mi sembra che il pubblico spinga in un’altra direzione13. E chi è al timone, per paura dei passi falsi, è ben felice di assecondare questa tendenza.

Peccato, perché proprio Star Wars ci ha insegnato che la paura è la via per il lato oscuro; o quantomeno per l’appiattimento creativo.

Uscire dal fandom

Forse questo articolo fin troppo lungo poteva essere composto da una sola frase, e cioè: sono cambiato, e Star Wars non mi entusiasma più come una volta. Un concetto talmente banale che non meriterebbe nemmeno di essere approfondito.

Se però ci ho riflettuto così tanto, è perché questa saga ha rappresentato un tassello fondamentale della mia formazione culturale. Non posso ignorarlo, ma soprattutto non voglio: io sono grato a Star Wars per quello che mi ha dato, in tutte le forme in cui l’ho sperimentato. Il passato non si cambia, e quelle emozioni nessuno me le toglierà: sono convinto che la corsa degli sgusci di Episodio I mi gaserà ancora per molto tempo, e che lo spessore tragico di Episodio III rimarrà intatto nei miei ricordi.

Ma, appunto, sono emozioni che vivono nel passato, e lì dovranno rimanere. Qualcuno dirà: ma Star Wars era un carrozzone commerciale già allora! Io rispondo: era anche un carrozzone commerciale, nel quale tuttavia trovavo pane per i miei denti di adolescente. Ho l’impressione che oggi la logica commerciale sia diventata preponderante, a scapito delle idee e dei messaggi di cui la saga si è sempre fatta portavoce: la ribellione contro i poteri forti, la lotta per la libertà, il sogno della democrazia.

Viviamo nell’epoca dei franchise eterni, delle saghe che si espandono all’infinito e che sopravvivono ai propri creatori, in una macchina capitalista che si autoalimenta a ogni nuova iterazione. In questo scenario, il me stesso di oggi non può occupare lo stesso posto del me stesso di vent’anni fa. Ecco perché non posso più definirmi un fan di Star Wars. Niente di tragico, ma si tratta pur sempre dell’unico fandom di cui mi sia mai sentito parte. Raggiungere questa consapevolezza mi lascia con un po’ di magone, ma allo stesso tempo mi rende libero: libero di non emozionarmi per The Mandalorian, ad esempio, e accettare la cosa per quello che è.

In un certo senso, ho messo il giusto distacco tra me e la saga. Significa forse che smetterò di guardare i prodotti targati Star Wars? Niente affatto, ma lo farò al mio ritmo, senza la pretesa di padroneggiare il canone, con la testa libera e la consapevolezza che, male che vada, sarà solo intrattenimento ben confezionato (che comunque, buttalo via). Sono entrato in una fase diversa, insomma.

Tra qualche giorno andrò a vedere The Mandalorian & Grogu. Dopotutto, è dal ‘99 che non perdo un film di Star Wars al cinema.

  1. Non entro qui nell’annoso dibattito sul genere di Star Wars. Per anni, come la gran parte delle persone, l’ho considerato fantascienza, ma negli ultimi tempi sono giunto alla conclusione che science fantasy sia una definizione più appropriata. Per quello che valgono queste etichette, eh. ↩︎
  2. Serie che, nell’imperscrutabile saggezza dei piani alti della LucasFilm, si sarebbe chiamata Star Wars: The Clone Wars. Cioè esattamente come il film che ne funge da pilota, e quasi esattamente come un’altra serie animata già andata in onda nel 2003 e successivamente estromessa dal canone (Star Wars: Clone Wars). Mal di testa? Sapeste io. ↩︎
  3. Ho un ricordo nitido del mio primo contatto con la saga: Una nuova speranza – o Guerre Stellari, come si chiamava ai tempi – trasmesso in tv una sera di San Silvestro di metà anni ‘90. La scena che mi colpì di più fu quella in cui Luke torna a casa e trova gli zii carbonizzati. ↩︎
  4. Specchio, un supplemento settimanale de La Stampa, già nel maggio 1999 aveva dedicato a Episodio I un’ampia copertura in occasione dell’uscita statunitense. Tra articoli di opinione e interviste agli attori, c’erano anche una mappa della galassia e un albero genealogico dei rapporti tra i personaggi, che mi spalancarono le porte di un intero universo narrativo. (Comunque, ripensandoci, uno sforzo incredibile per un supplemento di un quotidiano. Altri tempi dell’editoria.) ↩︎
  5. I famosi Star Wars Fact File, 75 uscite settimanali comprate dalla prima all’ultima. Un’opera monumentale nata monca, perché distribuita prima dell’uscita di Episodio III – senza contare tutto quello che è venuto dopo. Su eBay viaggia su quotazioni interessanti: prima o poi vendo tutto e rimborso i miei genitori. ↩︎
  6. Si andava da capolavori come Jedi Knight e Knights of the Old Republic a titoli mediocri come Shadows of the Empire e Jedi Starfighter. Ma un posticino nel mio cuore lo avrà sempre quel piccolo cult del tie-in di Episodio I. ↩︎
  7. Sì, anche Solo. Su quel vecchio blog lo definii il migliore Star Wars dell’era Disney. Da allora, comunque, non l’ho più rivisto. ↩︎
  8. Fenomeno che si inserisce nel più ampio e complesso sdoganamento della cultura nerd, naturalmente. ↩︎
  9. È fatto noto che la fortuna economica di George Lucas sia arrivata soprattutto da un’intuizione in anticipo sui tempi: tenere per sé la maggior parte dei proventi del merchandise e dei prodotti correlati ai film, in un’epoca in cui lo sfruttamento intensivo dei franchise cinematografici non era ancora così sistematico. ↩︎
  10. Per qualsiasi fascia d’età, peraltro, complice l’alleanza con LEGO. Un tempo Star Wars era una cosa da ragazzini; oggi i futuri fan sono coltivati già in culla. Fatevi un giro su Disney+ per credere. ↩︎
  11. Io ero lì, Gandalf, ero lì tremila anni fa, quando c’era da fare il lancio di Disney+ su un hub streaming di una nota telco italiana per cui lavoravo, ed era appena cominciato il lockdown e stavano tutti connessi su Teams mentre io premevo un pulsante e The Mandalorian compariva come per magia in home page. ↩︎
  12. Per completezza, tra la seconda e la terza stagione ho visto anche The Book of Boba Fett, serie in sette episodi i cui eventi si collocano proprio in quel lasso temporale. Una volta che mi decido, le cose le faccio per bene. ↩︎
  13. Come dimostra l’accoglienza calorosa riservata a Star Wars: Maul – Shadow Lord, i cui primi episodi sono arrivati su Disney+ proprio mentre scrivevo questo pezzo. Non ho visto la serie e non posso giudicarla, ma una cosa posso dirla: non ho alcun interesse a sciropparmi dieci puntate che raccontano di un redivivo Darth Maul – personaggio che ventisette anni fa ho visto morire sul grande schermo, tranciato in due da una spada laser prima di precipitare in un pozzo senza fondo. Mi sembra accanimento terapeutico, onestamente. ↩︎

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