Marzo 2026

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Bentornati a Il riepilogo mensile!

Prima di cominciare, un’informazione di servizio. Sto facendo dei ragionamenti sul formato di questa newsletter, che a breve potrebbe cambiare pelle e cadenza (e di conseguenza perfino nome). Non ho ancora preso una decisione definitiva, ma quello che state leggendo potrebbe essere l’ultimo numero col formato mensile cui siete abituati.

Ma basta parlare del futuro, concentriamoci sui contenuti di questo numero:

  • 📖 Letture: Project Hail Mary (il libro).
  • 🎞️ Visioni: un film che ha vinto l’Oscar.
  • 🕹️ Backlog: ho sfogliato una rivista cartacea dopo vent’anni.
  • 🔗 Link: il trentennale di PK e altre cose belle trovate in rete.

Buona lettura!


📖 Letture

Una rubrica in cui parlo dei libri che ho avuto sul comodino negli ultimi tempi.

Da un paio di settimane è uscito al cinema L’ultima missione – Project Hail Mary, un film di fantascienza con Ryan Gosling che sta ricevendo un ottimo riscontro di critica e pubblico. In un’altra epoca non me lo sarei lasciato sfuggire ma, come leggerete più avanti, il mio unico slot cinema del semestre me lo sono giocato in altro modo. Tuttavia, con grande tempismo, ho pescato dalla pila di libri da leggere il romanzo da cui il film è stato tratto.

Project Hail Mary di Andy Weir - Urania Jumbo EDICOLA SHOP

Project Hail Mary (2021, pubblicato in Italia da Mondadori nel 2023 e poi apparso su Urania nel 2025; traduzione di Vanessa Valentinuzzi) è stato scritto da Andy Weir, una mia vecchia conoscenza. Il suo romanzo d’esordio – L’uomo di Marte (The Martian in originale) – probabilmente lo avete letto o anche solo sentito nominare, o forse avete visto il film con Matt Damon che ne ha tratto Ridley Scott. Nel 2014, ai tempi della sua pubblicazione, se ne parlò parecchio e fu un caso letterario, anche perché nasceva come volume autopubblicato che il passaparola aveva portato all’attenzione delle grandi case editrici. Io lo lessi nel 2015 e ne scrissi sul mio blog dell’epoca dicendone un gran bene.

È proprio da quella recensione di oltre dieci anni fa che voglio partire. Perché, durante la lettura di Project Hail Mary, ho provato una costante sensazione di déjà vu, che mi è stata confermata da quel vecchio post. Ma andiamo con ordine, partendo dalla premessa narrativa del romanzo.

La Terra è messa male – persino peggio che nella realtà. È stato scoperto un fascio di luce che dal Sole si dirige verso Venere, e che per qualche motivo provoca un progressivo indebolimento della nostra stella. Gli scienziati prevedono che, nel giro di qualche decennio, se il processo non viene arrestato la Terra non sarà più adatta alla vita. L’intero mondo si mobilita per trovare una soluzione, e ben presto si scopre che la causa di tutto sono degli esseri viventi che si nutrono dell’energia del Sole stesso – gli astrofagi. Viene messo su un gruppo di ricerca per studiarli e trovare un modo per debellarli, e della squadra fa parte anche Ryland Grace, un professore di scienze delle medie con un passato da ricercatore.

Non voglio raccontare oltre, ma è chiaro sin dalla quarta di copertina che il professor Grace finirà nello spazio e sarà l’ultima speranza dell’umanità. La premessa di cui sopra è raccontata da capitoli in flashback che si alternano alla narrazione nel presente, e che servono sia a spiegare il contesto sia a movimentare la prima metà del romanzo. Perché, tra le altre cose, Grace è completamente solo su una nave spaziale e ha un’amnesia temporanea.

Non a caso, almeno fino a un certo punto, Project Hail Mary è un romanzo sulla sopravvivenza, in maniera non dissimile dal modo in cui lo era The Martian: una persona sola, nello spazio, alle prese con problemi pratici e teorici di enorme difficoltà, in un ambiente inadatto alla vita. Non solo: esattamente come nel suo romanzo d’esordio, Weir affronta di petto nozioni scientifiche complesse, che vengono usate per spiegare le azioni del protagonista. A tratti questo aspetto è quasi soverchiante, con pagine e pagine di dissertazioni cui non ho potuto fare altro che credere ciecamente, comprendendole solo in minima parte.

A un certo punto, però, qualcosa cambia, e Grace non sarà più solo. Non scenderò nei particolari – anche se la produzione del film, sin dal trailer, non si è fatta problemi a svelare ogni cosa – ma sta di fatto che al tema della sopravvivenza si aggiunge quello della comunicazione, e in seguito quello dell’amicizia. Si capisce che è questo il cuore dell’opera di Weir, il tema su cui l’autore voleva concentrarsi sin dall’inizio; eppure da qui in poi il romanzo mi ha irritato come pochi, tra passaggi frettolosi, semplicistici o in cui, mettendo a dura prova la mia sospensione dell’incredulità, qualsiasi imprevisto si risolve troppo per il meglio.

Devo quindi ammettere che, tra dettagli scientifici strabordanti e aspetti narrativi che non mi hanno convinto, ho un po’ arrancato verso la fine. E questo nonostante la lettura sia leggera, con tanti inserti ironici (altro elemento in comune col primo romanzo dell’autore) e cliffhanger piazzati nei momenti giusti.

Al momento in cui scrivo, Project Hail Mary ha una media voto stellare su Goodreads: 4.51, una delle più alte della piattaforma, a fronte di oltre 1,3 milioni di giudizi. Mi sono chiesto a lungo cosa ci possa aver trovato il pubblico per amarlo in questo modo così netto, e forse una chiave di lettura l’ho trovata nella recensione del film firmata da I 400 Calci: nel 2021, quando è stato pubblicato negli USA, eravamo ancora nel pieno della pandemia e in molti devono aver trovato conforto in una storia che esalta l’amicizia. Su di me, oggi, il romanzo ha avuto meno presa.

Resta un libro di certo non brutto, ma che ai miei occhi – al netto dei suoi difetti – sconta pure il fatto di essere troppo simile a The Martian: e, in quanto opera venuta dopo, ne esce fuori inevitabilmente depotenziata. Non escludo che questo possa essere uno di quei casi in cui il film sia migliore del romanzo da cui è tratto.

Voto: 3 / 5


🎞️ Visioni

Una rubrica in cui parlo di film o serie tv che ho visto di recente.

Per la prima volta da diversi anni a questa parte, sono riuscito a vedere uno dei film candidati agli Oscar quando ancora la stagione dei premi era in corso. Può sembrare una piccolezza, ma per me – che in passato cercavo di vedere in sala quanti più film tra quelli nominati – è un piccolo traguardo.

Quest’anno gli Oscar e i premi che fanno loro da contorno li ho seguiti come non mi capitava da diverso tempo. La scorsa edizione era stata una delle peggiori per appeal su di me, e quasi nessun film aveva attirato la mia attenzione1. A questo giro le cose sono andate diversamente, con molte pellicole che mi hanno incuriosito e che punto a recuperare nel prossimo futuro. Un aiuto è arrivato anche dalla newsletter Popcorn in Smoking di Mattia Chiappani, che per tutta la stagione dei premi ha rappresentato un piacevole appuntamento settimanale, e che mi ha accompagnato in modo ragionato verso la cerimonia degli Oscar. Ve la consiglio in vista della prossima annata.

Ma ho visto un film, dicevo. La scelta era limitata, perché io e mia moglie abbiamo avuto una possibilità di andare al cinema in un giorno preciso, quando ormai i principali candidati avevano tutti abbandonato le sale. Ce n’erano ancora due in programmazione: ma visto che Hamnet ci ha fatto piangere anche solo con il trailer, abbiamo optato per il norvegese Sentimental Value (2025, Joachim Trier).

Sentimental Value - Film (2025) - MYmovies.it

Le sorelle Nora e Agnes rivedono dopo anni il padre Gustav in occasione dei funerali della madre. Gustav è un regista cinematografico un tempo molto affermato, che ha lasciato la famiglia anni prima per inseguire l’arte e la fama. Tra lui e le figlie c’è una frattura, evidente soprattutto con la figlia Nora, che a sua volta è diventata un’attrice teatrale e televisiva. Inaspettatamente, Gustav le offre il ruolo da protagonista nel suo prossimo film, ma la donna rifiuta. Qualche tempo dopo, scopre però che il ruolo è stato offerto alla giovane attrice americana Rachel…

Non fatevi ingannare dalla micidiale locandina italiana2: Sentimental Value è sì un film drammatico, ma opera a un livello intimo, muovendosi quasi in punta di piedi. Io e mia moglie ci siamo divertiti a immaginare lo stesso identico film diretto da un regista italiano famoso per i suoi drammi urlati: e devo ammettere che il materiale di partenza si sarebbe anche prestato, ma Trier lo declina in tutt’altro modo. Il modo in cui emergono i rapporti tra i personaggi è delicato, e a volte contano più gli sguardi o i movimenti delle parole. Il tutto è molto scandinavo, sia nei temi che nell’esecuzione.

Mi è piaciuto anche il modo in cui immagini e musica dialogano, e anche tutto il discorso sul cinema e quello che c’è dietro – non il tema principale del film, ovviamente, ma comunque ben delineato. A un certo punto si intuisce un po’ dove la storia vuole andare a parare – e il film forse è anche un pelo troppo lungo – ma la trama non è poi così importante. Questo è infatti un cinema tutto di personaggi, e quindi di attori. Non a caso tutti e quattro gli interpreti principali hanno ottenuto una nomination: e per quanto fosse improbabile che qualcuno di loro potesse portare a casa la statuetta, per un film non americano già questo è un traguardo considerevole. Alla fine, su nove nomination, l’unico Oscar che ha ottenuto è stato quello per il film internazionale, il primo nella storia del cinema norvegese.

Sulla scorta dell’entusiasmo, abbiamo recuperato anche il film precedente del regista, La persona peggiore del mondo (si trova su Prime Video), che però ci è piaciuto di meno: sicuramente più originale, ma per certi versi anche più respingente (e più urlato, infatti). Sentimental Value, pur essendo un film lontano dalle mie corde, ha invece trovato il modo giusto per scavarmi dentro. Se lo avete perso in sala, ve lo consiglio per i recuperi in streaming.

Voto: 4 / 5


🕹️ Backlog

Una rubrica in cui cerco di conciliare videogiochi e vita adulta.

Forse ricorderete che, a dicembre, avevo segnalato che RoundTwo aveva annunciato che il sito Final Round sarebbe diventato anche una rivista cartacea. Mi ero abbonato sulla fiducia, e a inizio marzo ho ricevuto il primo numero (anzi, i primi due: in quanto abbonato ho ricevuto anche il numero 0 che era stato realizzato per l’evento di lancio).

Non sfogliavo una rivista di videogiochi da vent’anni esatti. Nei primi anni 2000 le riviste hanno rappresentato un pezzo importante della mia formazione culturale – nonché l’unica fonte di informazione sui videogiochi cui avessi accesso. Quando compravo un nuovo numero di XMU (Xbox Magazine Ufficiale) chiamavo al telefono – quello di casa! – il mio amico Jacopo e insieme commentavamo le anteprime, le recensioni o anche solo le immagini, fantasticando su questo o quel gioco3. Ma la rivista che più di tutte ho frequentato è stata Giochi per il mio computer, che compravo perché allegava un gioco completo ogni mese: titoli di qualche anno prima, ovviamente, gli unici che riuscivo a far girare sul mio PC datato. Ho continuato a comprarla fino al 2006, quando ormai stavo abbandonando i videogiochi, ed è il motivo per cui ho una conoscenza enciclopedica – nonché inutile – della scena PC di inizio millennio.

Final Round, per forza di cose, è una rivista di tipo diverso da quelle di due decenni fa. Oggi l’informazione è in tempo reale e viaggia su altri binari, al punto che persino i siti web sanno di vecchio di fronte a social e canali YouTube. Il taglio di Final Round è quindi quello dell’approfondimento, tanto più che la rivista nasce come bimestrale e per forza di cose non può inseguire l’attualità. I due numeri che ho letto comprendono ciascuno una dozzina di recensioni, due approfondimenti e un’intervista, che coprono in gran parte il bimestre precedente (il numero 0 fa eccezione perché è una sorta di best of del 2025).

Più del contenuto della rivista, però, mi ha colpito l’atto stesso di leggerla. La carta è piacevole al tatto, l’impaginazione colpisce, la pubblicità è del tutto assente. Ma soprattutto il formato cartaceo mi invoglia a leggere: ho riletto recensioni già apparse online l’anno scorso, e ho persino letto pezzi relativi a titoli che non mi interessano (e che nella versione digitale avrei sicuramente ignorato). Quando leggo su schermo tendo a saltare paragrafi o a concentrarmi sulle parti in grassetto, mentre la rivista l’ho letta tutta, dall’inizio alla fine. Una bella sensazione.

Molte di queste cose le ho scritte in un messaggio privato su Instagram a RoundTwo, gli editori della rivista. Mi aspettavo una risposta standard, o anche una semplice emoji. Con mia grande sorpresa, invece, ho ricevuto un messaggio vocale di ringraziamento da parte di uno dei fondatori, che rimarcava i razionali che li hanno convinti a imbarcarsi in questo progetto: su tutti, il fatto che Internet ci ha disabituati alla lettura, e questo era il loro modo per riprendersi quello spazio.

Il progetto Final Round è solo agli inizi, ma la risposta del pubblico è stata ottima, al punto che RoundTwo è sembrata ottimista sulla possibilità di una seconda annata. Io, da parte mia, continuerò a sostenere con convinzione il progetto.


🔗 Link

Una raccolta dei migliori contenuti in cui mi sono imbattuto in giro per il web questo mese.

  • PK ha cambiato il fumetto Disney. Questo mese è ricorso il trentennale del primo albo di PK, un fumetto generazionale per buona parte dei millenial. In rete sono apparsi diversi articoli che ne hanno celebrato la portata innovativa, e tra tutti questo di Andrea Fiamma apparso su Fumettologica è quello che mi è sembrato più completo e dettagliato (grazie al lettore Giuseppe per la segnalazione: poche ragazze da quelle parti, eh?). Tutte queste celebrazioni non hanno fatto altro che alimentare un mio grande rimpianto: quello di non aver letto questa serie all’epoca. (Ho scoperto comunque che Mondadori la sta ripubblicando negli Omnibus, unendo vari albi in volumi piuttosto corposi. Solo che costano 80€ l’uno).

Il mensile stabilì una nuova estetica che nei fumetti Disney non si era mai vista, fatta di onomatopee più presenti, violente, più narrative, tagli delle vignette stretti e lunghi, su cui si basavano non solo le tavole ma anche tutta la comunicazione e i prodotti correlati.

Anche la pressione per avere uno smartphone prima dei 12 anni è praticamente scomparsa, e per i genitori è più facile dire di no ai figli rispetto a prima.

  • The Pixar Cry Chart. Una serie di infografiche interattive sulle lacrime versate dal pubblico per i film Pixar. Si apprezza di più se aprite il link da desktop.

Andy gives his toys to Bonnie, and you realize you’re not crying for them. You’re crying for your own childhood.


È tutto. Ci risentiamo tra qualche tempo, forse un mese, forse meno, forse più. Ciao!

  1. Non sto parlando di qualità delle pellicole – molti di quei film avevano vinto premi importanti in vari festival – ma proprio di interesse suscitato. Continuo a considerarla una selezione sottotono, tanto che a distanza di un anno non ho sentito ancora il bisogno di recuperare quei film. ↩︎
  2. Ma quella norvegese è uguale, eh. Invece, per una volta, quella americana è incredibilmente più raffinata e dà il giusto spazio a tutti e quattro i personaggi principali. ↩︎
  3. A volte ho fantasticato pure troppo. Maledico ancora quel trafiletto su una rivista che nel 2001 annunciava il fantomatico Project Ego – più tardi commercializzato come Fable – promettendo cose mirabolanti come alberi che, una volta tagliati, non sarebbero mai più cresciuti nel corso dell’avventura. La delusione che ne seguì è stata un’importante lezione di vita, che mi ha aiutato a tenere a bada l’hype negli anni a venire. ↩︎

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