Gennaio 2026

Bentornati a Il riepilogo mensile!

Ero convinto che questo mese avrei avuto poco da scrivere, e invece è venuta fuori la solita newsletter chilometrica che, se dovesse venire tagliata dal vostro provider di posta, potete recuperare in versione integrale qui (dove c’è anche l’archivio dei numeri precedenti).

Andiamo subito col menu di oggi:

  • 📖 Letture: una saga letteraria che non ho abbandonato.
  • 🎞️ Visioni: non uno, non tre, ma due titoli smarcati dalla mia lista di film da vedere.
  • 🎵 Ascolti: uno dei miei album preferiti compie vent’anni.
  • 🕹️ Backlog: ho quasi pianto con un videogioco (di nuovo).
  • 🔗 Link: i 25 anni di Wikipedia e altre cose belle trovate in rete.

Buona lettura!

Ogni mese scrivo di quello che leggo, vedo, ascolto, gioco. Ci si iscrive qui sotto.


📖 Letture

Una rubrica in cui parlo dei libri che ho avuto sul comodino negli ultimi tempi.

Questo mese ho letto il secondo libro della saga di Blackwater di Michael McDowell, La diga (1983, pubblicato in Italia da Neri Pozza Beat nel 2023; traduzione di Elena Cantoni). Il giorno dopo averlo finito mi sono fiondato nella libreria di quartiere e ordinato i restanti quattro volumi della serie: perché se il primo poteva essere un caso fortunato, il secondo è stata la conferma che cercavo.

La diga: BLACKWATER II [Edizione italiana] eBook : MCDowell, Michael,  Cantoni, Elena: Amazon.it: Kindle Store

Ho divorato La diga, ancora più de La piena (di cui avevo scritto a ottobre, e cui vi rimando per una panoramica della saga). Davvero, questa serie è puro comfort food letterario per il mio palato: si fa leggere come ormai mi capita di rado, dandomi continui stimoli per andare avanti. Lo stile ricalca quello del prototipo, con un orrore che lavora per sottrazione e si concretizza in un’unica scena splatter.

Non mi dilungherò tanto, perché penso che tornerò sull’argomento quando avrò ultimato l’esalogia. Voglio solo aggiungere una sfumatura che è emersa con maggiore forza nel secondo libro (e ancora di più nel terzo, che sto leggendo al momento): McDowell ha un talento incredibile nel tratteggiare personaggi detestabili. Ho sinceramente odiato Mary-Love in questo libro, ed è incredibile come ogni cosa mi abbia spinto a patteggiare per la parte opposta: il che non sarebbe una notizia, se non fosse che la parte opposta è rappresentata da una creatura demoniaca dai comportamenti discutibili1. Credo che McDowell, come il miglior Stephen King, ci voglia suggerire che i veri mostri sono gli esseri umani; anche perché ne La diga il campionario di umanità aberrante si amplia non poco.

Quando ho ordinato i restanti volumi della serie, mi sono intrattenuto a parlare un po’ con Carla, la libraia. Lei mi diceva che, a differenza delle sue colleghe di libreria, non aveva apprezzato Blackwater, un po’ perché non ama il genere e un po’ perché lo ha trovato fin troppo furbo. Io penso che a essere furba sia soprattutto l’operazione in sé (l’unica grande storia divisa in sei volumi molto agili, cui si aggiunge, nel caso dell’edizione italiana, anche un certo compiacimento per le belle copertine), ma che i libri siano meritevoli di attenzione. Penso proprio che li leggerò tutti a breve.

Voto: 4 / 5


🎞️ Visioni

Una rubrica in cui parlo di film o serie tv che ho visto di recente.

Nel riepilogo annuale 2025 avevo scritto che nel 2026 avrei voluto smarcare almeno un film al mese dalla mia watchlist su Letterboxd (che nel frattempo si è persino allungata). Gennaio, si sa, è il mese dei buoni propositi: ma per tenere fede a questo avevo bisogno di un aiuto in più, e quindi mi sono avventurato su un terreno sicuro. Se infatti Blackwater è il mio comfort food letterario, allora il giallo classico whodunit è il suo equivalente cinematografico.

Il risultato? Alla fine ho smarcato ben due film da quella lista: Glass Onion (2022) e Wake Up Dead Man (2025), secondo e terzo episodio della saga inaugurata da Knives Out.

Quando il primo Knives Out uscì al cinema, nel dicembre 2019, io lo attendevo da tempo. Ne avevo seguito con interesse la produzione e i primi trailer: mi incuriosiva il cast di volti noti messo insieme per l’occasione, e il regista – Rian Johnson – aveva dato buona prova di sé in Looper, un film di fantascienza che avevo molto apprezzato (ma aveva anche firmato quello che per me è uno dei peggiori Star Wars di sempre). Il film alla fine mi piacque tantissimo, andandosi a collocare in un genere ormai non più tanto in voga, almeno al cinema: quello del giallo classico alla Agatha Christie, che per l’occasione era stato svecchiato e patinato.

Il successo della pellicola ha portato poi Netflix a prendere il controllo del franchise, e di conseguenza i sequel hanno avuto una distribuzione cinematografica limitata a una sola settimana. Forse per questo motivo, nella mia testa, sono passati in sordina: erano solo gli ennesimi film di un catalogo streaming sempre più ampio, da recuperare prima o poi – e quindi mai. Un vero peccato perché, come ho scoperto questo mese, entrambi sono notevoli.

Si tratta di gialli deduttivi dalle premesse classiche: e quindi tanto in Glass Onion quanto in Wake Up Dead Man c’è un delitto apparentemente senza soluzione, e in entrambi i casi è chiamato a indagare Benoît Blanc, l’investigatore privato interpretato da Daniel Craig (che si diverte tantissimo e si vede). In tutte le pellicole della serie c’è un nutrito cast di sospettati (e/o potenziali vittime), che generalmente si muove in un ambiente circoscritto (una villa in Knives Out, un’isola greca in Glass Onion, un piccolo paese in Wake Up Dead Man). E ovviamente in tutti i film c’è una soluzione machiavellica – ma plausibile – che svela il mistero.

Tutto molto classico, quindi. Eppure a Johnson, che è anche autore delle sceneggiature, va dato il merito di aver traslato il tutto nella contemporaneità. Dialoghi taglienti, montaggio veloce, movimenti di macchina rivelatori, personaggi sopra le righe: a livello tecnico questi film sono figli del proprio tempo. Ma vale lo stesso per i temi, che sono straordinariamente ancorati al presente (anche se un po’ troppo centrati sull’asse statunitense): vanno in scena scontri di classe e razziali, tech bro malati di assolutismo, influencer maschilisti, politici mancati che cavalcano le paure delle masse. C’è sempre una vena dissacrante nella penna di Johnson, il che aggiunge un’ulteriore livello di lettura a ognuna di queste storie.

La cosa che mi ha colpito di più, ora che ho visto tutti i film della serie, è che si tratta di tre pellicole molto diverse tra loro. Sarebbe stato facile, una volta trovata la formula giusta col primo film, adagiarsi sugli allori e replicarla all’infinito. Invece è evidente lo sforzo di creare ogni volta qualcosa di diverso: e così Glass Onion ha un climax esattamente a metà film e poi ricomincia da capo, e in Wake Up Dead Man il protagonista entra in scena dopo 40’. Certo, tutti i film convergono versa la risoluzione del caso; ma il modo in cui ci arrivano è di volta in volta imprevedibile.

Non solo: si tratta di film che, nonostante siano lunghi quasi due ore e mezza, volano via che è un piacere2. E che, soprattutto, mi hanno lasciato completamente appagato. Poi il giorno dopo ci ho ripensato e mi sono fatto tutte le domande del caso – e qualche crepa nella struttura l’ho percepita, a mente fredda. Ma sul momento mi sono lasciato trascinare dalla costruzione magistrale del giallo, che deve attivare qualche parte del mio cervello che rilascia serotonina a rotta di collo. In Wake Up Dead Man c’è un momento metatestuale in cui Benoît Blanc racconta del piacere che prova quando svela il colpevole, esponendo i fatti nel loro ordine logico: ecco, è lo stesso piacere che sento io vedendo questi film.

È per questo che, in definitiva, mi trovo d’accordo con questo commento di un utente su Letterboxd:

I want 15 more of these. I want instalments reaching Fast & Furious levels. 4 Knives 4 Out. KNIVE5 OUT. It’s all there.

Se questi film avessero una distribuzione cinematografica come si deve, comunque, sarei pure più contento.

Voto (a entrambi): 4 / 5


🎵 Ascolti

Una rubrica in cui parlo di musica senza avere alcuna competenza.

Il 24 gennaio ha compiuto vent’anni uno dei miei dischi preferiti. Uso la parola “disco” non a caso, visto che parliamo di un’epoca in cui gli album erano ancora un oggetto fisico. Io di dischi ne ho comprati pochi, per la verità: sono approdato relativamente tardi alla musica, e l’arrivo del digitale è stato talmente rapido che ho fatto presto il salto verso gli mp3 (oggi a loro volta preistoria). Invece questo disco l’ho comprato davvero, e poi l’ho ascoltato, rippato su PC e riascoltato ancora, negli anni finali del liceo e per buona parte di quelli universitari.

Poi a un certo punto ho smesso di ascoltarlo, e con esso tutte le canzoni del gruppo che lo aveva realizzato: mi sembravano rigurgiti del passato, parte di una stagione di ascolti musicali che non mi apparteneva più. Un paio di settimane fa mi sono trovato a ripensare a quel disco, realizzando che era stato pubblicato nel 2006; e quindi, per la prima volta da tanti anni, l’ho riascoltato integralmente.

Signore e signori, vi presento Lights and Sounds. Ma prima, non posso che partire dal gruppo che c’è dietro, gli Yellowcard, e dal modo rocambolesco in cui li ho conosciuti.

Lights And Sounds - Album by Yellowcard | Spotify

Se non avete mai sentito nominare gli Yellowcard, voglio tranquillizzarvi: in Italia li conoscono soltanto gli appassionati del genere pop-punk. Sono comparsi sulla scena tra la fine degli anni ‘90 e l’inizio degli anni 2000; siamo dalle parti dei blink-182 o dei Sum 41, giusto per citare due gruppi coevi e dalla fama di gran lunga superiore. L’apice del successo lo raggiunsero nel 2003, rimanendo sulla cresta dell’onda per un periodo piuttosto breve: basti pensare che nella lunga ed esaustiva voce che la Wikipedia in lingua inglese dedicata al pop-punk, gli Yellowcard non sono mai menzionati. A oggi hanno pubblicato undici album – l’ultimo pochi mesi fa – ma in mezzo ci sono stati anche due periodi di pausa in cui la band è stata ferma.

Esordirono con due album hardcore punk – pubblicati negli anni ‘90 – per poi sterzare verso il pop-punk con One for the Kids (2001), che è anche il primo disco in cui a cantare è Ryan Key, da allora frontman del gruppo. Negli anni la formazione è cambiata più volte e la loro musica si è avvicinata all’alternative rock, mantenendo un tratto distintivo: Sean Mackin – l’unico membro del gruppo presente sin dagli esordi – è un violinista. E quindi loro hanno sempre fatto rock con l’integrazione del violino.

Tutto bellissimo, ma resta la domanda: come ho fatto io – che di certo non mi posso definire punk, neanche in un’accezione pop – a entrare in contatto con gli Yellowcard, in Italia, prima della diffusione di massa di Internet? Nel modo in cui ho costruito parte della mia cultura musicale durante l’adolescenza: con i videogiochi. Nel 2002 giocai a una demo di Amped, un videogioco di snowboard3 che aveva una colonna sonora su licenza tutta pop-punk: dentro c’erano anche gli Yellowcard, con la quasi totalità del sopramenzionato One for the Kids. Poi Amped l’ho comprato e l’ho consumato in lungo e largo, abbeverandomi al suo sound, e per qualche anno gli Yellowcard sono stati questo per me: il sottofondo perfetto di discese virtuali con lo snowboard.

Nel frattempo, la band firmava con una major e piazzava un enorme successo commerciale (Ocean Avenue, 2003) senza che io ne sapessi niente. E probabilmente avrei continuato a ignorare l’evoluzione della band, se non fosse stato per un altro videogioco. Burnout Revenge era un gioco di corse arcade senza troppe pretese, il tipo di videogioco cui oggi dedicherei molto meno tempo. Ma aveva una signora colonna sonora, composta da 41 tracce su licenza che pescavano a piene mani tra le band pop-punk di metà anni 2000; tra queste ce n’era anche una degli Yellowcard. Eravamo ormai nel 2006 e Internet era una realtà, almeno per la ricerca di informazioni: fu così che scoprii che quella canzone era il primo singolo di un nuovo album, Lights and Sounds. Qualche tempo dopo, scartabellando sotto la lettera Y in un negozio di dischi, ne trovai una copia e la acquistai sulla fiducia.

Avevo diciassette anni, e Lights and Sounds fu tutto quello che potevo desiderare da un album musicale. Il suono giusto, la malinconia di fondo, la disillusione, persino i riferimenti cinematografici: quel disco definì la mia tardo adolescenza in un modo che è quasi imbarazzante. Riascoltarlo oggi, a distanza di vent’anni, mi ha fatto un effetto strano: da un alto l’ho trovato ancora bellissimo – forse persino migliore di quanto ricordassi – dall’altro ho paura che la nostalgia possa avermi giocarmi un brutto scherzo. Senza dubbio, rappresentò un salto quantico per la band rispetto ai lavori precedenti: sia dal punto di vista musicale – con i primi approcci all’alternative rock, e persino parti orchestrali – sia da quello tematico – nelle intenzioni voleva essere un concept album sulla disillusione seguita al raggiungimento del successo.

Lights and Sounds si compone di 14 tracce, e per me è un rarissimo caso in cui tutte hanno qualcosa da dire. Certo, alcune sono più deboli – e la seconda metà dell’album è nettamente migliore della prima – ma rimane un’opera con un’altissima concentrazione di pezzi indimenticabili. Eccoli in rigoroso ordine di tracklist, con pratici link a YouTube:

  1. Three Flights Up. Breve pezzo strumentale di apertura, tutto pianoforte e violino. Fissa un po’ le aspettative per l’intero album.
  2. Lights and Sounds. La canzone inclusa in Burnout Revenge. Un pezzo molto ritmato con un grande attacco, tutto al servizio della batteria di Longineu W. Parsons III (gran bel nome, devo dire). Nonostante sia il brano più famoso del disco, per me è uno dei meno riusciti.
  3. Down on My Head. La mia canzone preferita dell’album (e degli Yellowcard tutti), nonché brano posizionato molto in alto nella mia personale hit parade musicale di ogni tempo. Un pezzo tutto solitudine e disillusione, con versi come “For one more day that I can say I’m all alone” o “There’s nothing to fight for, it’s already dead / And this is the world coming down on my head”. Daje a ride, insomma, ma ripeto: avevo diciassette anni e questo era esattamente il tipo di consolazione che cercavo. Musicalmente bellissima, con un dettaglio che non se n’è mai andato dalla mia testa: i piatti della batteria che si sentono a 0:20 e anche altrove, e che sicuramente avranno un nome tecnico che io ignoro.
  4. Sure Thing Falling. Non si è mai capito bene di cosa parli, ma io quel verso “I’ve been up late writing books / All about heroes and crooks” l’ho sempre fatto mio.
  5. City of Devils. Grande, grandissimo pezzo, che di pop-punk non ha praticamente nulla: al contrario, è uno dei matrimoni più felici tra il rock e il violino presenti nell’album. Senza troppe sorprese, la canzone parla della vita a Los Angeles e del senso di isolamento che la città induce. “It’s hard to find angels in hell” canta Key all’inizio, e conclude: “I don’t belong / I’ve been here too long”.
  6. Rough Landing, Holly. Questo album ha un problema con i singoli. Il secondo (e ultimo) a essere estratto fu questo, a mio parere il pezzo più debole del disco.
  7. Two Weeks From Twenty. Come molte altre rockband statunitensi degli anni 2000, anche gli Yellowcard fanno la loro canzone contro Bush. In questo pezzo raccontano la storia di Jimmy, che va in Iraq e muore due settimane prima di compiere vent’anni. Per l’occasione mettono su un unicum nella loro produzione: un arrangiamento jazz, molto sobrio, con tanto di tromba sul finale.
  8. Waiting Game. Un pezzo che in un qualsiasi altro album avrebbe fatto la voce grossa, ma che qui in mezzo risulta più che altro un riempitivo.
  9. Martin Sheen or JFK. Una canzone abbastanza criptica: c’è chi dice parli della dipendenza da alcool, chi di suicidio, chi ci ha colto riferimenti al film I Goonies. Io so solo che è da sempre uno dei miei brani preferiti dell’album.
  10. Space Travel. Le metafora del viaggio stellare per raccontare di lui che si è lasciato con lei in malo modo (“She don’t care if you’re dead or alive”), con una specie di lieto fine (“I traveled space for much too long / But there’s a planet I have found / And you are far away for now”), il tutto sopra un tappeto musicale per niente banale.
  11. Grey. “Grey skies / Clouding up the things we used to see with wide eyes”. L’allegria dilaga, arrivati a questo punto dell’album. Però questo pezzo, tra schitarrate, falsetti di Key e sviolinate di Mackin, lo ascolto sempre molto volentieri.
  12. Words, Hands, Hearts. Una canzone sull’11 settembre, molto meno retorica di un pezzo su un tema analogo incluso nell’album precedente.
  13. How I Go. C’è spazio pure per un duetto, ispirato al film Big Fish di Tim Burton: all’epoca lo avevo appena visto e lo avevo adorato, motivo per cui questo pezzo mi colpì tantissimo. È un brano pazzesco che parte come acustico, poi entra un’intera orchestra e si trasforma in qualcosa di sontuoso. Bellissimo.
  14. Holly Wood Died. Il disco si chiude con questo altro pezzo da novanta, che rimarca ancora una volta il tema della disillusione. Musicalmente sopraffino, con un minuto e mezzo di outro strumentale che vale da solo l’ascolto.

Insomma, questo è Lights and Sounds. Certi album arrivano al momento giusto nella vita: vent’anni fa è capitato a me, ed è bello ricordarselo.


🕹️ Backlog

Una rubrica in cui cerco di conciliare videogiochi e vita adulta.

Lo avevo anticipato nel numero di novembre: dopo To the Moon, avrei giocato gli episodi successivi della serie incentrata sulla Sigmund Corp. E infatti, nel passaggio d’anno, ho giocato a Finding Paradise (2017, Freebird Games) – e per la verità pure a A Bird’s Story (2014), un piccolo prequel lungo meno di un’ora.

Eva Rosalene e Neil Watts – protagonisti del primo titolo – tornano con un nuovo caso. Stavolta il loro paziente è l’anziano Colin, un pilota di aerei in pensione che, nonostante abbia avuto una vita felice, li ingaggia perché sente di avere dei piccoli rimpianti che vuole sistemare, anche se non è in grado di definirli meglio. Viaggiando nei suoi ricordi i due specialisti scopriranno che tutto sembra ruotare attorno a Faye, una ragazza che Colin aveva conosciuto da bambino ma che a un certo punto è scomparsa dalla sua vita.

Come già in To the Moon, l’essenza stessa di questo videogioco è nella narrazione, visto che il gameplay è di fatto inesistente. Non dovrei più stupirmi a questo punto, e invece sono rimasto a bocca aperta davanti al modo in cui Finding Paradise gioca le sue carte. Da un lato allarga gli orizzonti della saga, introducendo altri specialisti della Sigmund e tratteggiando conflitti inediti. Dall’altro è intelligente nel proporre uno sviluppo simile eppure diverso rispetto al prototipo. Laddove nel primo gioco si procedeva a ritroso nelle memorie ma in linea retta – fino a un evento drammatico avvenuto nell’infanzia del protagonista – stavolta il viaggio segue un’orbita decadente, che sposta di continuo l’azione tra il passato remoto e quello più recente – fino ad arrivare all’evento clou, esattamente al centro. Quello che si scopre a quel punto – e le interazioni che ne derivano – aggiungono davvero qualcosa di inedito all’universo narrativo della serie.

Immagini: Freebird Games

Inevitabilmente, anche Finding Paradise mi ha portato vicinissimo alle lacrime – forse persino più di To the Moon, perché la vicenda che racconta risuona decisamente di più dentro di me. In attesa di giocare il terzo capitolo – che ho già in lista – rinnovo l’invito a provare i titoli di questa serie, che sono capaci di dare tanto in appena una manciata d’ore.

Voto: 4,5 / 5


🔗 Link

Una raccolta dei migliori contenuti in cui mi sono imbattuto in giro per il web questo mese.

La mia lista dei buoni propositi. Unpezzo di Manlio Garofalo per la rubrica Storie/Idee de Il Post su un tema cui tengo molto: la compilazione di liste di contenuti fruiti o da fruire in futuro.

È un disturbo, il mio, che rasenta la compulsione, ma ormai mi sono convinto che queste liste costituiscano una parte imprescindibile della mia identità. Che senza di esse non sarei niente, o sarei meno. Se non conservassi testimonianza dei film e dei libri, se non li valutassi, recensissi, consigliassi, sarebbe come se non li avessi mai visti o letti. Sarebbe come se non fossi esistito.

L’unico giallo senza soluzione di Agatha Christie. Questo mese è stato il cinquantesimo anniversario della morte di Agatha Christie, e diverse testate hanno ricordato la scrittrice. Errico Buonanno su Lucy ne ha tracciato un ritratto che mi è piaciuto molto.

In apparenza, ogni trama appagava chi chiedeva la formula del Bene contro il Male, e la figura di un’autrice insospettabile, proprio come i suoi assassini. Eppure sarebbe bastato pochissimo per accorgersi del piano: proprio arrivando a un pubblico ampissimo, porgeva uno specchio alla sua società. Nel caso dell’Orient Express, stava dicendo: “Siete tutti colpevoli”. Nei Dieci piccoli indiani: “siete tutti anche vittime”. Attraverso Miss Marple “siete tutti investigatori” e col finale di Poirot: “siete anche carnefici”. Ma soprattutto: “siete tutti in pericolo”.

Cosa è passato per la testa di Brahim Diaz? Lo psicodramma sportivo del mese: il Marocco che perde la finale della Coppa d’Africa, in casa, sbagliando al 113’ un rigore calciato male dal suo giocatore più forte, dopo che il Senegal ha prima ritirato la squadra in segno di protesta e poi è tornato in campo per evitare la sconfitta a tavolino. Emanuele Atturo ci ha scritto sopra un articolo bellissimo per L’Ultimo Uomo, concentrandosi sul gesto sfrontato con cui Diaz si è condannato: il cucchiaio.

L’epica del calcio si nutre anche dei fallimenti. È il fallimento che ci fa sentire vicini a certi sportivi, più che il successo. Se Brahim Diaz avesse sbagliato il rigore in modo normale oggi sarebbe una delle icone cristologiche della storia del calcio: il suo errore il segno della maledizione più grande che affligge il Marocco. Sarebbe stato compatito e consolato. Con quella scelta, invece, Brahim Diaz si è negato anche la possibilità dell’empatia. Il suo dramma umano oggi non sembra neanche degno di compassione.

L’ultimo posto davvero bello sul web. Sono 25 anni che esiste Wikipedia. Non è mai stata perfetta e mai lo sarà, ma resta pur sempre un baluardo di un certo modo di intendere Internet e la conoscenza condivisa – nonché l’unico sito, tra i dieci più frequentati al mondo, a essere gestito da una no-profit. Un pezzo de Il Post ne ha celebrato il compleanno.

Mentre internet peggiora e i siti internet più belli e amati chiudono, Wikipedia è rimasta uno dei pochi grandi esempi di un altro internet: gratuito, indipendente, devoto alla missione di fornire informazioni quanto più accurate possibili al più grande numero di persone, nonostante i crescenti attacchi politici. Per questo, nel 2020 un giornalista ed esperto di Wired l’ha definita – senza ironia – «l’ultimo posto davvero bello del web»


Spero siate arrivati a leggere fin qui. Nel caso, vi do appuntamento al mese prossimo. Ciao!

  1. Tipo squartare le persone a mani nude. ↩︎
  2. Almeno questa è stata la mia percezione, e considerate che li ho visti di sabato sera, momento della settimana in cui la palpebra cala facilmente. Specifico tuttavia che non sono film da guardare a mente spenta (o con lo smartphone acceso, come si usa adesso): bisogna stare dietro all’intreccio per non perdersi. ↩︎
  3. Pratico forse lo snowboard? No. Seguo questo sport? Nemmeno. Sono mai stato sulla neve in vita mia? Nope. E allora perché Amped? Perché ai tempi questo passava il convento, e andava benissimo così. (Ed era pure un gran bel gioco!) ↩︎

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