Agosto 2025

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Bentornati a Il riepilogo mensile!

Quella che si sta chiudendo è la mia prima estate senza social dal 2012. Vuol dire che sono stato in giro, ho fatto cose, visto persone, mangiato cene, e di tutto questo non è rimasta traccia sul web; allo stesso tempo, ho lasciato che le vite degli altri scorressero nel feed senza che io stessi alla finestra. Per carità, una sbirciata l’ho data, soprattutto nei giorni di ferie; ma ogni volta i sentimenti che prevalevano erano il disinteresse per ciò che vedevo e il sollievo per essermene allontanato.

Se la liberazione dal dover postare era prevedibile, altrettanto non posso dire del voyeurismo. Pensavo che mi sarebbero mancati di più i contenuti altrui, e invece ho scoperto che sto meglio così, senza essere costantemente aggiornato su dove Tizio è andato o cosa Caio ha fatto. Al contrario, ho provato un piacere molto più autentico nel venire a sapere le stesse cose attraverso conversazioni dal vivo, o da semplici scambi di messaggi privati. È un po’ la scoperta dell’acqua calda, ma tant’è.

In una newsletter di qualche giorno fa, Mangiasogni ha raccontato del suo mese senza smartphone. È una lettura interessante e piena di spunti, e almeno un paio mi hanno colpito:

Vedi tanto la dipendenza degli altri. C’è un po’ un rischio di senso di superiorità nel vedere le altre persone sempre con gli occhi sugli schermi.

In questo mi ci rivedo molto. Ogni volta che scrivo o parlo di questo tema, ho paura di risultare snob o passare per superiore, o peggio ancora sminuire chi usa i social o ci lavora. Non è il mio intento, ma questo è un tipo di presa di coscienza che per sua natura si presta alla condivisione. Anche perché:

Ritengo doveroso precisare che non penso che il downgrade sia la soluzione ai problemi che abbiamo. Sarebbe come pensare che licenziarsi da un’azienda risolva i problemi del mondo del lavoro, invece di sindacalizzarsi, organizzarsi, votare, manifestare e pretendere il cambiamento.

Una maggiore consapevolezza, in un numero sempre più ampio di individui, forse – e dico forse – può produrre un cambiamento. Viviamo vite sovraesposte: credo sia giunto il momento di capire cosa vuol dire davvero e quali sono le conseguenze.


E dopo questo, passiamo ai contenuti del mese:

  • 📖 Letture: l’epopea senza tempo di Lonesome Dove.
  • 🎞️ Visioni: A Quiet Place, non un film per famiglie ma un film sulle famiglie.
  • 🕹️ Backlog: venticinque anni dopo, ho rigiocato a uno dei miei titoli preferiti.
  • 🔗 Link: pubblicazioni varie per gli appassionati di videogiochi.

Buona lettura!

Ogni mese scrivo di quello che leggo, vedo, ascolto, gioco. Ci si iscrive qui sotto.


📖 Letture

Una rubrica in cui parlo dei libri che ho avuto sul comodino negli ultimi tempi.

Ripensandoci a freddo, ho come l’impressione di aver avuto un certo bias nei confronti di Lonesome Dove (1985, pubblicato in Italia da Einaudi nel 20171; traduzione di Margherita Emo). Questo romanzo di Larry McMurtry è stato un anno e mezzo sepolto nella mia pila di libri da leggere, e in quel periodo ha fatto di tutto per attirare la mia attenzione: perché è lungo quasi mille pagine, perché promette una storia epica, perché ha vinto il Pulitzer per la narrativa, perché è puntualmente citato tra i grandi romanzi americani da leggere, e perché me lo aveva consigliato Stefano (che finalmente si è iscritto a questa newsletter, ciao Stefano!).

Insomma, alla fine ho approcciato questo libro sentendo che mi doveva piacere. E sapete una cosa? Mi è piaciuto persino di più.

Lonesome Dove, cittadina al confine tra Texas e Messico, seconda metà del XIX secolo. L’epopea del West è ormai al tramonto, e Augustus McCrae e Woodrow Call, due ex ranger dalla fama leggendaria, si sono rassegnati a una vita tranquilla. Tutto cambia quando si presenta alla loro porta Jake Spoon, vecchio compagno d’armi, che li convince a partire per il Montana e stabilire un ranch in terre ancora inviolate. Sarà l’inizio di un viaggio lungo migliaia di chilometri, attraverso deserti e praterie, con la minaccia di fuorilegge e nativi, e l’epica senza tempo di territori sconfinati.

Non avevo mai letto un romanzo western finora. Anzi, nella mia testa la letteratura western era un concetto piuttosto indefinito: l’ho sempre considerato un genere prettamente cinematografico, pur conscio dell’esistenza di eccezioni notevoli in altri media2. Lonesome Dove è l’equivalente su carta di un film western, o meglio ancora di un’intera saga. Leggere questo libro è infatti un’esperienza fluviale: il respiro è quello di un’opera che spazia su mille pagine, con un cast corale di personaggi che non smette di arricchirsi con il dipanarsi della vicenda. Va da sé che qualcuno potrebbe trovare la prima parte un po’ lenta, anche perché la trama vera e propria si mette in moto dopo circa duecento pagine: eppure, anche se succedeva ben poco, ho letto quelle prime pagine con immenso piacere, e da un certo punto in poi ero così dentro alla storia che non ho potuto più smettere. Non c’è una sola pagina che non sia necessaria.

Scorrendo gli appunti che ho preso durante la lettura, è tutto un susseguirsi di parole come “epico” e “grandioso”. E in effetti è proprio questo che mi è rimasto più addosso dopo la lettura: la consapevolezza di aver letto un’opera bigger than life, un romanzo che ha bisogno di tempo e spazio per raccontare una storia e tante storie, riuscendo ad aprire e chiudere tutti gli archi narrativi. Per usare un’espressione un po’ abusata, Lonesome Dove è un western crepuscolare in piena regola, permeato da una vena di malinconia che dalla coppia di maturi protagonisti si trasmette anche agli altri personaggi:

Al ricordo, le lacrime gli riempirono gli occhi e appannarono l’ultimo scorcio di Lonesome Dove. La strada polverosa tremolò come sotto una pioggia scrosciante. […] – È strano lasciare un posto, no? Non sai mai quando ci tornerai.

A volte la mera giovinezza dei giovani lo muoveva a pietà: non avevano alcuna percezione della rapidità della vita, né dei suoi limiti. Gli anni passavano come settimane, e persino gli amori passavano, o s’inacidivano.

– Se tu fossi una ragazza giovane, con la vita davanti, vorresti stabilirti a Lonesome Dove? Maggie lo ha fatto e guarda com’è finita.
– Poteva morire ovunque. Io morirò da qualche parte, e anche tu. E forse non sarà un posto migliore di Lonesome Dove.
– Io parlo di vivere, non di morire. Poco importa dove muori, importa dove vivi.

Allo stesso tempo, in modo quasi miracoloso, la scrittura di McMurtry risulta anche ironica e divertente, e il libro è pieno di momenti che alleggeriscono la tensione – in gran parte affidati alla parlantina di Augustus:

Ho capito perché io e te andiamo tanto d’accordo. Tu sai più di quello che dici e io dico più di quello che so. Siamo una coppia perfetta, se non stiamo insieme più di un’ora.

Inaspettatamente, Lonesome Dove è anche un romanzo di grandissimi personaggi femminili. Clara, soltanto vagheggiata per buona parte della vicenda, entra in scena intorno a pagina settecento ed è monumentale. Lorena invece è presente dall’inizio alla fine, ed è protagonista suo malgrado di alcune delle scene più crude del libro; personaggio per niente facile da scrivere senza scadere nel patetico o nell’archetipo della prostituta, e invece McMurtry la porta a casa con una delicatezza quasi commovente:

Guardarla, però, era come guardare le montagne. Le montagne erano immutabili. Potevi raggiungerle, se avevi i mezzi, ma non ti avrebbero dato il benvenuto.

Lorena ci pensò su e capì ciò che voleva dire. Gli uomini non erano tutti uguali. Alcuni erano abbastanza simpatici da farsi notare, e molti erano così cattivi che non potevi non notarli, ma la maggior parte non erano né l’uno né l’altro. Erano solo uomini e lasciavano soldi, non ricordi. Finora i ricordi li avevano lasciati soltanto i cattivi.

Ci sarebbe molto altro da dire, e tantissimi altri personaggi memorabili da citare, ma mi fermo qui per lasciarvi il piacere della scoperta. Lonesome Dove è un capolavoro che merita la sua fama. Dentro c’è tutto: la vita, la morte, l’amore, l’odio, l’amicizia, la vendetta, la gioia, la malinconia, la violenza, l’ironia, la Storia e la leggenda. Chiede al lettore un atto di fede nella parte iniziale, ma la ricompensa è inestimabile. Se cercate un’opera di narrativa che vi conquisti, l’avete trovata.

Voto: 5 / 5


🎞️ Visioni

Una rubrica in cui parlo di film o serie tv che ho visto di recente.

Nel 2018 avevo adocchiato un film in uscita al cinema. Pur essendo un horror – genere che non ho mai frequentato molto – mi aveva intrigato l’idea alla base della pellicola, che mi sembrava piuttosto originale. Poi lo persi in sala e quando uscì in streaming mi ripromisi di recuperarlo, ma ovviamente non lo feci mai. Nel frattempo, quel film aveva incassato quasi 350 milioni di dollari nel mondo, dando origine a un piccolo franchise cinematografico composto da un sequel (uscito nel 2020), un prequel (del 2024) e da un terzo episodio previsto per il 2027. Così, in una sera di inizio agosto, mi sono deciso a chiudere il cerchio e ho visto A Quiet Place (2018, John Krasinski; al momento è in streaming su TIMVISION).

In un futuro molto vicino, la Terra è stata invasa da alieni privi di vista ma dotati di un udito molto sviluppato, che attaccano qualsiasi fonte di rumore. In questo scenario apocalittico, gli umani si sono adattati a vivere in silenzio, comunicando a gesti e adottando tutta una serie di precauzioni per non fare rumore. La famiglia Abbott – già provata dalla tragica morte del figlio minore – cerca di sopravvivere come può rifugiandosi in una casa di campagna.

Come scrivevo prima, io di horror ne ho visti davvero pochi, quindi non ho gli strumenti adatti per giudicare questo film all’interno del suo genere di appartenenza. La pellicola è stata accolta piuttosto bene dalla critica, eppure in rete ho letto diversi commenti negativi da parte di cultori del genere. E in un certo senso è logico che sia così: perché l’aspetto centrale di questo film non è la sua dimensione orrorifica e nemmeno lo stato di tensione perenne. A Quiet Place è invece un film sull’essere genitori.

L’ho pensato per tutta la durata della visione, e l’idea si è fatta sempre più strada nei giorni successivi, suggellata da indizi piuttosto evidenti: la vicenda segue una famiglia, e fin qui è facile; i due attori protagonisti (Emily Blunt e John Krasinski) sono moglie e marito anche nella vita reale, e all’epoca erano da poco diventati genitori; Krasinski per giunta è anche il regista, e ha riscritto una sceneggiatura di Scott Beck e Bryan Woods che era stata inizialmente pensata per il franchise Cloverfield3. La conferma, alla fine, è arrivata dalle dichiarazioni del regista, che ha affermato di aver pensato il film come una metafora delle paure che si tira dietro la genitorialità.

Forse è per questo che il film mi ha coinvolto così tanto. Mi sono chiesto più volte se vederlo nel 2018, prima di diventare genitore, mi avrebbe fatto lo stesso effetto, e mi sono risposto che no, proprio per niente. Probabilmente, all’epoca, mi sarei concentrato soprattutto sulle colossali ingenuità di cui è costellato – tipo la scena del chiodo, o quella del parto, o quella del deposito di mais – e meno sui legami familiari o sui disperati tentativi di questa coppia di genitori di proteggere i propri figli (con sensi di colpa annessi).

Alla fine, tutto ciò ha finito col mettere in secondo piano quell’idea originale che tanto mi aveva intrigato: e che pure mi è sembrata ben realizzata, visto che il film è fatto in gran parte di silenzi e sussurri, e ogni piccolo suono è amplificato all’infinito. Eppure, anche a distanza di settimane dalla visione, il suono più terrificante di tutti resta ancora quello dello shuttle giocattolo.

Voto: 3,5 / 5


🕹️ Backlog

Una rubrica in cui cerco di conciliare videogiochi e vita adulta.

Si può amare un genere – letterario, cinematografico, videoludico – sulla base dell’esperienza di una sola, singola opera? È una domanda che mi sono posto spesso negli ultimi tempi, pensando a un preciso tipo di videogiochi: i JRPG – acronimo di Japanese Role Playing Game, reso in italiano in modo letterale e un po’ buffo come “videogiochi di ruolo alla giapponese”. Ridurre un intero genere a due righe è sfidante, ma in estrema sintesi: sono videogiochi con una forte enfasi sulla trama e sui personaggi, generalmente con combattimenti a turni (spesso casuali) e una decisa componente di esplorazione.

Si è parlato un bel po’ di JRPG negli ultimi tempi, in parte perché da qualche anno il genere sta vivendo una seconda giovinezza, e in parte perché quello che si appresta a essere il gioco del 2025 – Clair Obscur: Expedition 33 – appartiene fieramente a questa categoria, pur essendo una produzione francese4. Tutto questo parlare di JRPG mi ha fatto venire voglia di giocarne qualcuno; ma allo stesso tempo mi ha ricordato che io, nella mia carriera videoludica, ho giocato a un solo, unico JRPG. Un titolo che non ho esitato a inserire nella mia top 5 di sempre su Backloggd, e che è stata una delle opere più influenti nella mia formazione culturale – e non mi riferisco ai soli videogiochi.

Un curioso scherzo del destino ha fatto sì che questo titolo abbia compiuto venticinque anni a luglio. Potevo quindi lasciarmi sfuggire l’occasione per rivisitare Final Fantasy IX (2000, Square)?

A remake of Final Fantasy IX expected for 2026? | recalbox.com

Questo non sarà un pezzo come gli altri, perché Final Fantasy IX non è un gioco come gli altri. Tanto per cominciare, non ci sarà un voto alla fine: un po’ perché non l’ho ancora finito (al momento in cui scrivo sono a 18 ore di gioco, poco oltre la metà), un po’ perché dai, che voto posso assegnarli, se non 5 stelle?

Ho ricordi incredibilmente vividi delle run che ho fatto oltre vent’anni fa sulla prima PlayStation. Di più: ricordo le anteprime sulle riviste, le prime immagini trapelate, e persino la luce di quella domenica nella primavera 2001 in cui andai sotto i portici di Sabaudia per comprare il gioco, rigorosamente originale (119.000 lire) con i suoi quattro CD5. Nei miei ricordi è un gioco tanto estivo quanto autunnale, ne parlavo a scuola con Alessandro (un lettore fedele di questa newsletter, ciao Alessandro!) e in spiaggia con Matteo (lui invece si è iscritto da poco, ma meglio tardi che mai, ciao Matteo!). Per un anno abbondante fu il grande protagonista della mia vita videoludica, a cavallo tra i dodici e tredici anni: forse il momento migliore possibile per innamorarsi di un’opera del genere.

Qui devo però confessare una cosa piuttosto imbarazzante: nonostante tutto, io Final Fantasy IX non l’ho mai finito. All’epoca ero così inesperto da arrivare all’ultima sfilza di boss con personaggi di livello troppo basso e, nonostante io l’abbia ricominciato diverse volte, non sono mai riuscito a vedere i titoli di coda. Credo che sia il motivo principale per cui ci sto rigiocando: è come se dovessi rompere un incantesimo, prima di passare ad altro.

E devo dire che l’esperienza accumulata all’epoca mi sta aiutando. Finora, sto trovando il gioco piuttosto semplice, perché so quali sono i punti più ostici e ho accumulato livelli nei momenti giusti. Mi ha stupito ricordare ancora perfettamente tanti piccoli dettagli: dai nomi degli equipaggiamenti a quelli delle abilità, da certe linee di dialogo ad alcune situazioni. Allo stesso tempo mi sto gustando il viaggio, prendendomela comoda ed esplorando ogni ambientazione nel dettaglio: anche perché Final Fantasy IX è ancora un’esperienza ludica di altissimo livello.

Non solo. Ci sto giocando su Steam Deck, versione PC via Steam, con il Moguri Mod che aggiorna modelli dei personaggi e sfondi: il risultato è che non è mai stato così bello da vedere6. Gli sfondi pre-renderizzati sono opere d’arte – in questo come in altri giochi – e hanno il vantaggio di invecchiare benissimo, ma qui davvero si toccano vette inarrivabili. E non voglio nemmeno aprire il discorso sulle musiche di Nobuo Uematsu: una delle colonne sonore più memorabili di sempre, che ho ascoltato e riascoltato per anni.

Final Fantasy IX (Square) – Screenshot miei

Ciò che invece mi salta maggiormente all’occhio da adulto, è il tono generale della storia e alcune scelte che guidano la narrazione. Final Fantasy IX fu in un certo senso un titolo di passaggio per me: fu il primo videogioco con accenni di linguaggio volgare (il celeberrimo “Merda!” esclamato più volte da Gidan), il primo con allusioni sessuali (all’acqua di rose, eh, anche se alcune uscite di Gidan nei confronti di Daga oggi mi sono sembrate fuori luogo), il primo con temi adulti al centro della trama (la guerra, la ricerca della propria identità, il sacrificio, l’amore). Fu, insomma, il videogioco che mi traghettò fuori dall’infanzia.

Rivisitandolo oggi, mi ha colpito il modo in cui gli autori sono riusciti a tenere insieme i pezzi. I grandi temi sono bilanciati da un tono a tratti scanzonato; l’ironia è presente in abbondanza, ma non mancano i momenti autenticamente tragici; non c’è una singola goccia di sangue in tutto il gioco, eppure alcune sequenze ti devastano per la loro spietatezza. Un esempio su tutti: la guerra nel Continente della Nebbia ci viene presentata prima per sentito dire, poi attraverso le sue conseguenze (visitando Burmesia in rovina) e infine portandoci nel cuore stesso dell’orrore (con la porzione di gioco che termina con Cleyra rasa al suolo). È tutto così perfettamente orchestrato da lasciare a bocca aperta.

Sto giocando ormai da un mese e mezzo a Final Fantasy IX: come ho scritto, me lo voglio gustare lentamente. Resta un’ultima domanda, la stessa che mi ponevo in apertura: posso definirmi un amante dei JRPG, pur avendo giocato soltanto a questo titolo? O, per girarla al contrario: se giocassi oggi per la prima volta a Final Fantasy IX, lo apprezzerei allo stesso modo, al di là della nostalgia? Credo di sì, in fin dei conti, ma forse il modo migliore per scoprirlo è lanciarmi presto su un altro JRPG.

E qui mi rivolgo a voi, lettori affezionati di Backlog: quale JRPG dovrei giocare? Non mi spaventa il retrogaming, basta che sia reperibile per PC e giocabile su Steam Deck. Se vi va, lasciate un commento su Substack o rispondete a questa email con i vostri suggerimenti. Grazie!


🔗 Link

Una raccolta dei migliori contenuti in cui mi sono imbattuto in giro per il web questo mese.

  • The Guardian ha una bella newsletter a tema videogiochi che vi consiglio. Si chiama Pushing Buttons, la scrivono principalmente Keith Stuart e Keza MacDonald, ed esce ogni mercoledì. In questo numero c’è una riflessione molto condivisibile sull’invecchiare e sul continuare a giocare.
  • Sempre a proposito di videogiochi. In passato ho già menzionato il collettivo RoundTwo – e in particolare il loro magazine web Final Round. Qualche giorno fa, hanno annunciato la nascita di RoundTwo Publishing, un ramo d’azienda che agirà come casa editrice con l’ambizione di fare divulgazione videoludica di qualità in Italia. Contestualmente hanno annunciato la pubblicazione di una serie di saggi che approfondiranno le opere di FromSoftware, a partire da Bloodborne. Per quanto il tema scelto per aprire le danze non mi interessi, non posso che fare un plauso all’iniziativa e segnalarla a chiunque sia interessato a queste tematiche (peraltro, il libro ha venduto 4000 copie in meno di una settimana, un numero impressionante per il mercato italiano).

Per questa estate è tutto. Ci sentiamo a fine settembre, ciao!

  1. Era già stato pubblicato da Mondadori nel 1986 col titolo Un volo di colombe, ma in seguito era stato per decenni fuori catalogo. ↩︎
  2. Mi riferisco ai videogiochi. Quando ero adolescente le serie Desperados e Call of Juarez ottennero un discreto successo, mentre in anni più recenti la saga di Red Dead Redemption ha stabilito nuovi standard di qualità nel settore. ↩︎
  3. Questa cosa non mi ha stupito minimamente, perché il film sembra proprio uscito dallo stesso universo di Cloverfield, peraltro anch’esso prodotto dalla Paramount. ↩︎
  4. Non vedo l’ora di giocarci tra tipo quindici anni. ↩︎
  5. Lo conservo ancora, anche se già all’epoca un paio di CD avevano cominciato a mostrare segni di cedimento. Purtroppo il manuale di gioco è invece andato perduto in qualche prestito scellerato ai tempi delle scuole medie. ↩︎
  6. E lo scrive uno che non ama l’estetica anime né i personaggi super-deformed. ↩︎

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